Innovazione sociale e smart cities

La traduzione italiana di Smart Cities è troppo spesso “città tecnologiche” dove ogni transizione verso lo smart è semplicemente l’introduzione di più tecnologia.

Smart invece è intelligente, come sappiamo, ed intelligente è un significato prima di tutto orientato a chi fruisce di tale intelligenza: il cittadino.

Innovazione Sociale

Un’altra traduzione spesso associata e che a noi piace molto è città creative, dove creativo è utilizzato sia nell’accezione di creare-costruire che nell’accezione di inventare, dare sfogo alla fantasia. La combinazione di queste due accezioni, se messa in pratica, può diventare realmente “disruptive” (dirompente, termine oggi molto di moda) e quindi modificare il territorio in maniera imprevedibile.

L’imprevedibilità della creatività messa al servizio dell’innovazione e cioè del fare è forse la parte più sorprendente negli schemi di conduzione del processo di innovazione. Tenendo sempre fisso l’oggetto o meglio il fine del percorso di innovazione (e quindi l’uomo, l’ambiente, le imprese….) l’imprevedibilità dei risultati è spesso sorprendente. Questo è il bello dell’innovazione sociale e della progettazione partecipata. Un esempio: il progetto Sostenibilità Creative. Un festival che nasce dal successo di un semplice convegno organizzato dalla nostra cooperativa lo scorso anno. Quest’anno l’idea di lasciar fluire la progettazione di un secondo convegno in maniera partecipata ci ha portato ad un programma sorprendente anche per noi.

Ma l’innovazione si può canalizzare in percorsi strutturati? O ancora di più, l’innovazione si può canalizzare in percorsi strutturati canonici?

Spesso la partecipazione ed i suoi “percorsi” sembrano la panacea di tutti i mali. Sembra che l’innovazione non possa che uscire da un BarCamp o World Café. Ma cosa sono queste attività? A nostro avviso non sono innovazione sociale, ma più semplicemente Animazione Sociale. Tendono a rendere partecipi i cittadini di un problema e a fare Brain Storming di massa. La realizzazione di progetti innovativi invece richiede una vera e propria progettazione, quella ingegneristica, quella che troppo spesso a torto si ritiene non abbia nulla a che fare con la creatività. In realtà esistono numerosi strumenti e metodologie che trasformano o meglio fondono questi strumenti. Lo strumento per noi più efficiente è il Business Model Canvas.

Kirecò è un Parco di Innovazione sociale ed ambientale dove la parte tecnologica, di tutto rispetto ed all’avanguardia, diviene momento di formazione e divulgazione grazie alla forte spinta divulgativa con cui tutte le tecnologie sono e saranno realizzate. Dal fotovoltaico alla fitodepurazione, dal sistema geotermico fino all’area picnic, agli orti sinergici, alle attività ludiche; tutto è progettato per avere una forte spinta alla sostenibilità ed alla divulgazione scientifica e per rendere il parco il più sostenibile possibile.

Con l’esplosione del fotovoltaico avevamo bisogno di nuovi spazi, correva l’anno 2007. L’idea di fare qualcosa per la città ci incuriosiva e ci stuzzicava. Anche qui l’idea lanciata e condivisa sul territorio diviene un fiume in piena. Il percorso affascina anche altri cittadini ed imprenditori, arrivano idee e suggerimenti tra i più disparati.

L’idea che un’impresa gestisca per 50 anni uno spazio con un fine imprenditoriale ed al tempo stesso pubblico, dove le due finalità si intersecano in maniera chiara, l’idea che la sfida fosse lanciata da una PMI veramente piccola ha fatto nascere autonomamente la narrazione di un progetto e di un luogo epici dove “alcuni ragazzi tentavano di fare l’impossibile e sarebbero stati schiacciati dagli eventi”, la narrazione di un progetto “troppo bello per Ravenna e quindi irrealizzabile”.

Su questa narrazione si è sviluppata una sorta di “tenera attenzione” al nostro progetto ed un forte coinvolgimento emotivo.

Questa “fama” ci ha permesso di costruire una contro-narrazione che iniziando a smontare questa percezione coinvolgesse le persone rendendole protagoniste di una specie di lotta di Davide contro Golia. Dove Davide era certo e noto a tutti, Golia è stata una rappresentazione soggettiva che ognuno ha raccontato e che è evoluta nel tempo, canalizzata dal nostro piano di progettazione partecipata. Si sa tutti vorremmo essere al fianco di Davide!!!

Il progetto fin da subito ha identificato tre particolari segmenti di clientela (Imprese, Territorio e Persone), ma solo nel 2015 ha avviato un percorso narrativo e di progettualità esplicitamente orientate a questi tre segmenti.

La prima fase, una lunga fase, è stato il lavoro di tessitura di rapporti e collaborazioni.

Le imprese ci hanno in questi anni portato progettualità, innovazione, servizi e prodotti. Questa freschezza, se vogliamo chiamarla innovazione delocalizzata, ci ha permesso ad esempio di sopravvivere al crollo del mercato del fotovoltaico. Sono 7 anni che buona parte del nostro tempo è dedicato a costruire un progetto per noi enorme e che solo dal 2015 ha iniziato a produrre direttamente un piccolo profitto. Ci ha permesso di occuparci di nuovi settori, allargare il nostro partenariato, le attività e i servizi offerti.

Il territorio visto come un soggetto unitario e fruitore del cambiamento è stato forse il punto chiave, ma anche quello più difficile da comprendere e da spiegare. Inteso come unità di persone, imprese e PA che si occupano di migliorare, proteggere e vivere gli spazi urbani. La presenza di Kirecò funge quotidianamente da stimolo per una coscienza sociale molto importante (l’area presa da noi era fortemente degradata ed abbandonata) ed il progetto è diventato area di interesse per aziende importanti proprio perché diviene spazio di conpensazione dei conflitti e nascita di una progettualità mediata da altri attori (noi) con il territorio.

Le persone sono i soggetti più attivi quotidianamente, destinatari della gran parte della comunicazione e della narrazione del luogo. Spazio destinato a ridare fiato e idee ai singoli che possono entrare nel parco di innovazione e diventare protagonisti con piccole soluzioni, come il nonnino di 90 anni che coltiva alcune piante di vite e le pianta con noi recuperando la tradizione medioevale della vigna maritata. Un piccolo esempio di coinvolgimento, per non parlare delle decine di adolescenti che prestano volontariamente il loro tempo estivo in attività anche faticose di creazione di arredo urbano.

Adolescenti come volontari

Questo modo di operare ci ha fatto guadagnare nuovi piccoli e grandi clienti, vincere bandi e procurarci lavoro in settori per noi nuovi come il turismo, la progettazione partecipata, la pianificazione strategica, l’internazionalizzazione, l’organizzazione di feste di compleanno o cene tra amici….

La prima cosa fatta/da farsi è stato semplicemente comportarsi come il buon vicino durante un trasloco. Bussa alla porta, si presenta, si scusa per i problemi che causerà durante i lavori.

Poi inizia però la fase di costruzione della relazione. Ovviamente il progetto affascina e piace. Inizia il coinvolgimento e la richiesta di collaborare. La richiesta di idee e suggeriementi (veniamo a casa vostra, chi meglio di voi conosce il territorio) segue però alla richiesta di presa di responsabilità.

Io posso fare fin qui…..tu cosa puoi fare per fare insieme un passo in più?

Questa è la domanda chiave che fa passare la relazione da semplice brainstorming a condivisione di un percorso.

La progettazione tecnica e professionale assume un ruolo chiave. Le richieste devono avere sempre una risposta e quando la risposta diviene positiva diventano promesse. Queste promesse devono necessariamente comparire nella progettazione e nella successiva realizzazione. In maniera tangibile, chiara e senza deludere le aspettative costruite nel tempo.

La responsabilità deve trovare poi sfogo nella realizzazione. Io ho fatto fin qui….ora tocca a te mantenere la promessa…. Si consolida così la fiducia e la costruzione comune di un percorso che si espande a macchia d’olio.

Poter dire: “quel pezzo l’ho detto/fatto/suggerito/progettato io con loro” diviene uno strumento di coinvolgimento sociale importantissimo. Sui social si chiama “viralità”, ma non nasce sui social e non vive solo sui social.

Non ci dobbiamo formalizzare, le soluzioni per incontrare e costruire percorsi sono tante e spesso inattese e sorprendenti. La contaminazione è fondamentale. Ecco che per noi gli strumenti di confronto e coinvolgimento sono sempre e comunque tutti quelli possibili, gli strumenti devono facilitare al massimo la partecipazione. Soprattutto non dobbiamo avere paura delle critiche e degli errori. Non dobbiamo rinchiuderci da soli in un angolo.

L’errore più grande è avere paura di sbagliare, la mossa di marketing più forte è riconoscere l’errore e da quello ripartire chiedendo aiuto a chi ce lo ha fatto notare.

Troppo spesso invece tendiamo come imprese ad avere il terrore del confronto e come PA a voler canalizzare il confronto. Niente di più sbagliato.

Chi sono i partner chiave? Non è definibile ovviamente in maniera univoca. Per noi, lo abbiamo già detto, tutti gli attori del territorio, dalle imprese che offrono servizi che possono interagire direttamente con le nostre società, ai cittadini che possono fruire o collaborare al progetto, alla PA che è la vera ed ultima “proprietaria” del progetto e che rappresenta la realtà di orientamento strategico di tutto. Il nostro progetto è stato da essa definito “di alto valore ambientale e sociale per la città”, quindi il partner chiave è proprio la città e questo ce lo “impone” la delibera di giunta che ha messo a bando lo Studio di Fattibilità. Per noi è un totem!!!

La costruzione delle attività chiave per noi è stato, come già detto, un flusso naturale e che negli anni ha seguito un percorso che è andato avanti autonomamente. Le attività sono nate dalle richieste e dalle necessità emerse durante la progettazione partecipata. Richieste che venedo dalle imprese o dalle persone avevano ovviamente anche già il “compratore”, lo strumento commerciale e definivano il prezzo e le condizioni di vendita direttamente con il cliente. Un sogno per qualunque impresa, ma anche per la PA che magari deve costruire un percorso strategico….

Ma decidere di fare un percorso insieme, di scalare insieme una piccola montagna crea relazioni e produce risorse, risorse umane prima di tutto ma anche economiche.

Ma perché ciò spesso non accade nei classici percorsi di partecipazione? La chiave è proprio la responsabilizzazione.

Se le proposte sono interessanti e vengono accolte, il soggetto proponente deve essere coinvolto nella loro realizzazione diventando, in funzione delle competenze, anche controllore o project manager. Senza paura di delegare o di “dislocare”. Riprendo il termine utilizzato all’inizio: “disruptive”. Rispetto al modo di pensare consolidato dell’economia classica le imprese legano spesso l’innovazione al concetto di segreto, di certificazione, di brevetto. Il tema delle risorse è affrontato troppo spesso in termini legali. La sharing economy e gli strumenti di innovazione sociale invece sono disruptive, e ciò vale anche per la PA.

Presentazione sul tema all’assemblea ANCI del 25/09/2015

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